Era nell’aria, e alla fine è arrivato. Con le accuse di disobbedienza, abuso di potere, sedizione e ribellione, la Spagna ha spiccato un mandato d’arresto internazionale per l’ex presidente della Generalitat catalana Carles Puigdemont, che ora risulta ufficialmente ricercato.

Gli fanno compagnia – anche nell’esilio belga – i quattro ex ministri Lluis Puig, Meritxell Serret, Clara Ponsatì e Antoni Comin. Nessuno di questi ha deciso di rientrare in Spagna entro i tempi previsti per essere ascoltati dalla magistratura iberica e a nessuno di questi è stato concesso di essere processati in videoconferenza.

“L’unica soluzione è il dialogo, ma Madrid non ascolta”

E dopo qualche tweet (ma prima che il mandato d’arresto venisse emesso), Puigdemont aveva rilasciato un’intervista alla tv belga Rtbd in cui sosteneva che “l’unica soluzione è il dialogo, quello che Rajoy non ha mai fatto. Lui usa il procuratore generale e i tribunali, […] dovrebbe riconoscere che c’è un problema politico, non imprigionare chi la pensa diversamente. Io sono pronto, dove vuole lui, non ho paura di parlare con Rajoy. Gliel’ho chiesto più volte”.

Affermazioni importanti, avallate dalla manifesta volontà dell’ex Presidente di ricandidarsi alle prossime elezioni della Comunità autonoma indette per il 21 dicembre, pur specificando che “non è con un governo in prigione che queste elezioni saranno indipendenti, neutrali, normali”.

Intanto la parte indipendentista della Catalogna è scesa di nuovo in piazza al grido di “Llibertat!” per quelli che vengono considerati a tutti gli effetti detenuti politici. La manifestazione, che ha coinvolto decine di migliaia di cittadini, sembra essere nata spontaneamente, ma si è già sparsa la voce che due organizzazioni regionali, l’Asamblea Nacional Catalana e Omnium Cultural stiano vagliando l’ipotesi di dar vita ad uno sciopero generale organizzato in data 8 novembre, a cui dovrebbe fare seguito tre giorni più tardi una manifestazione per le strade di Barcellona.

In questo contesto che si fa sempre più complicato ora la palla passa al Belgio, che si è detto pronto a collaborare pur lavandosene le mani. Secondo il ministro della giustizia belga Koen Geens, infatti, la questione è meramente giudiziaria, ed esula quindi dalle politiche di estradizione che coinvolgono i membri dell’UE.

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