Non accennano a placarsi i toni degli slogan, delle dichiarazioni e delle minacce che negli ultimi giorni hanno visto coinvolti Corea del Nord, Stati Uniti e Corea del Sud.

PYONGYANG: COLPIREMO GUAM – La nuova escalation di frecciate al vetriolo è partita a seguito delle recenti affermazioni di Trump di “scatenare fuoco e fiamme” nel caso in cui la Corea dovesse continuare a minacciare gli Stati Uniti.

Poche ore dopo le ennesime dichiarazioni poco felici del Presidente USA, l’agenzia di stampa nazionale nordcoreana Kcna ha fatto sapere che erano in atto le analisi volte a realizzare un piano operativo che potrebbe portare entro quattro giorni a colpire con missili Hwasong-12 la base di Andersen ubicata sull’isola di Guam, strategico avamposto militare statunitense situato nel Mare delle Filippine.

SEOUL: PRONTI A INTERVENIRE – Ancor prima che l’America potesse proferir risposta, si  è fatta sentire la replica della Corea del Sud per mezzo della voce del colonnello Roh Jae cheon, che ha fatto sapere che Seoul è “pronta a reagire con assoluta fermezza a qualsiasi provocazione del Nord”.

Poco più tardi è arrivata anche la risposta degli Stati Uniti, con l’intervento del segretario alla difesa James Mattis. Il capo del Pentagono ha prima parlato di “trovare una soluzione diplomatica”, sebbene non ha taciuto il fatto che qualora si dovesse passare alle maniere forti, “il regime della Corea sarebbe destinato a finire“.

Toni sempre più accesi dunque, con la Corea del Nord che ha classificato le dichiarazioni di Mattis come “un mucchio di sciocchezze” e il Giappone che, in caso di effettivo lancio dei missili, ha già assicurato di avere a disposizione tutti i mezzi tecnologici e militari per intercettare in volo le testate prima che arrivino sul suolo del territorio non incorporato degli USA.

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