I negoziati che porteranno il Regno Unito a ratificare in via definitiva l’uscita dall’Europa potrebbero essere fortemente influenzati da un aspetto che riguarda ben poco le volontà referendarie degli inglesi, e che affonda le sue radici ad almeno due secoli fa.

A cavallo fra Sette e Ottocento, infatti, l’allora ambasciatore britannico di Turchia, il conte Thomas Bruce VII, acquistò in maniera ancora oggi oggetto di dibattito numerosi marmi che abbellivano il Partenone d’Atene. Le opere d’arte presero presto il nome di marmi di Elgin (dal nome della casata a cui apparteneva Lord Bruce) e da allora sono esposti in alcune sale del British Museum di Londra.

Cosa c’entri tutto questo con l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea è presto detto: l’accordo finale della Brexit dovrà infatti essere approvato e ratificato da tutti i membri dell’Unione, e questo dà a ciascuno di questi un ampio margine di potere contrattuale. La Grecia, appunto, nelle parole del presidente del IPSAC (International Parthenon Sculputers Action Committe), Alexis Mantheakis, potrebbe concedere il proprio avallo solo a seguito della restituzione delle sculture “razziate”.

Un intoppo apparentemente veniale, ma non di poco conto se sommato ad altri due che ipoteticamente potrebbero complicare l’intero processo di uscita definitiva dall’UE. Si tratta, nella fattispecie, di stabilire come dovrà essere gestito il territorio d’Oltremare di Gibilterra – da sempre nelle mire della Spagna – e di discutere quale sarà il futuro assetto geopolitico dell’Irlanda, che ora potrebbe tornare ad avere rivendicazioni di unità nazionale fra Eire e Irlanda del Nord.

La questione di Gibilterra, unitamente a quelle irlandese e greca, gettano sulla Brexit una luce fin’ora poco considerata, e del tutto inedita: qualsiasi Paese dell’UE può trovare un cavillo, un pretesto o una ragione più o meno valida per allungare a tempo indeterminato le procedure di ratifica del trattato.

Bisogna solo capire di quanto.

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